Approfitto di un virus intestinale della mia bimba per prendermi un giorno di permesso dal lavoro. Per starle vicino, ovviamente. Non per riposare, altrettanto ovviamente. Soprattutto se nel decorso del “bacillus virulentus” è prevista assistenza full-time con asciugamani e teli e non so cos’altro nel tentativo di arginare i disastri. Così dopo una telefonata alle 11 di sera con la mamma di quartiere – che guarda caso è da una settimana che combatte anche lei la stessa guerra batteriologica – trovo un po’ di pace per scrivere un post e terminare (forse) il noiosissimo report che devo scrivere sullo stage fatto in agenzia di traduzioni. Coltivavo il segreto desiderio che nessuno me l’avrebbe mai chiesto, e invece no, è arrivata la mail “Si ricorda a tutti i partecipanti al Master che entro…” Oddio, entro…questa parola, che angoscia.
Angoscia un po’ più segreta quella che sentivo crescere quando mi sono immaginata di nuovo davanti a un computer a scrivere – dopo quanto tempo? – un due cartelle di, chiamiamola, composizione libera? A quando risale la mia ultima tesina, lavoro, ricerca, tesi dell’Università? Ehm, qui sta il punto. Oggi, in un momento di sonnellino (non il mio, anche se avrei voluto tanto), sono riuscita ad affrontare il “blocco” e a scrivere ben 4 (quattro) paragrafi in un’ora. Non è eccezionale??
Va bene che l’incipit è la parte più dura, va bene che scrivere col computer non è come scrivere con la penna, però…mi ha fatto riflettere.
Com’è il titolo di quel libro? “Scrivere: una fatica nera”…Se lo dice lui che se ne intende, io gli credo allora. Davvero tanto.
